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Di quando è venuta la Crisi

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Vi voglio raccontare una storia che mio nonno amava ripetere la sera, quando ero piccolo e ci stringevamo intorno al fuoco nel rifugio, mentre sopra risuonavano i tonfi sordi delle bombe a grappolo.

Tanto tempo fa, il Paese era ricco e bello. La gente si alzava, e le famiglie facevano colazione tutti insieme mentre un sole amico disegnava coi palazzi morbide ombre lungo le strade delle città. Le mamme scaldavano il caffelatte e bambini rosei e paffuti mangiavano merendine industriali soffici e fragranti, buone come il pane della nonna ma senza colesterolo. La gente usciva di casa di buon umore salutando i vicini, sorridendo ai condomini in ascensore e alle vecchie col cane, ed era tutto un sorridente buongiorno e buongiornoalei e comestaFuffi? e havistochesoleoggi e ogni tanto un garrulo vaffanculo a Fuffi che ti aveva pisciato sulle scarpe.

La gente era felice perché il Paese prosperava. I giovani si dividevano in tre gruppi. Quelli che avevano voglia di lavorare andavano all’Itis e a 19 anni facevano già gli elettricisti. Quelli che avevano voglia di studiare andavano a Medicina e a 30 anni operavano a cuore aperto. E quelli che non avevano voglia di fare un cazzo, che andavano a scienze politiche e facevano le manifestazioni per la Palestina.

La popolazione cresceva perché quasi tutti lavoravano e facevano figli. C’erano la maternità, la mobilità, la reversibilità e la pensione di invalidità, che sostenevano tre milioni di disoccupati, due milioni di invalidi e un milione di sanissimi parenti dei dipendenti dell’Inps.

Grazie alle tutele sindacali, le donne avevano facile accesso al mercato del lavoro e avevano gli stessi diritti degli uomini, compreso il diritto di farsi molestare dal capufficio. La sinistra progressista propose una legge che stabiliva l’equiparazione degli stipendi di uomini e donne, e la legge passò, anche se un emendamento dei centristi pose la condizione che le donne dimostrassero di saper pisciare in piedi.

Gli adulti lavoravano quasi tutti e la disoccupazione era a livelli bassissimi, il sistema del welfare funzionava e tutti i vecchi prendevano la pensione, qualcuno anche senza aver mai lavorato. E siccome avanzavano soldi c’erano pure le pensioni anticipate e si potevano maturare i contributi con dieci anni, sei mesi e un calcio in culo dal cugino funzionario del Ministero. Nel settore pubblico era pieno di raccomandati, ma andavano in pensione così presto che subentravano subito dei nuovi, liberi di raccomandare qualcun altro, e quindi c’era ricambio e tutti erano contenti.

Il debito pubblico galoppava ma anche l’economia cresceva, trainata dalla locomotiva dell’industria che viaggiava a tutto vapore, alimentata dal petrolio che l’Eni acquistava dai dittatori dei paesi africani in cambio di protezione politica e ingaggi dei rampolli dei raiss nelle squadre di serie A.

Il turismo andava fortissimo, ogni estate la Riviera si riempiva di tedeschi pallidi e biondi che calavano come lanzichenecchi dal Brennero, riversandosi sulle spiagge e scottandosi come gamberoni, e l’industria dei doposole fioriva.

Esistevano sistemi di produzione energetica incredibili. Gli scienziati scoprirono il modo di utilizzare fonti pulite e inesauribili, come il sole, il vento e le maree. Eravamo tutti affascinati e ottimisti, e leggevamo sulle riviste splendidi articoli che descrivevano le nuove conquiste della scienza, immaginandoci un futuro in cui avremmo potuto viaggiare sulle auto a energia solare e scaldare la casa col calore prodotto dalle nostre scoregge. Però continuavamo a investire miliardi nel petrolchimico per non rischiare di far licenziare tutti gli operai, e la Cgil applaudiva e diceva “così sì che è giusto”.

Il paese era florido, ma la classe politica avrebbe potuto essere migliore. Da cinquant’anni governava lo stesso partito, con grande soddisfazione del popolo e moderato ricorso alle stragi di Stato. C’era la corruzione ma nessuno gli dava peso perchè il Milan comprava Gullit e Van Basten. I privilegi dei politici erano innumerevoli e i parlamentari si alzavano lo stipendio due volte a settimana e nell’ora di punta era più facile trovare un’auto blu che un taxi.

La situazione sarebbe stata deprecabile, ma nessuno si indignava perché nessuno leggeva i giornali e anche se li avesse letti avrebbe trovato solo la Champions League e il moviolone. Qualcuno, fra gli editori, però si preoccupava, perché ormai nessuno comprava i quotidiani. Ma non era un problema perché c’erano i finanziamenti pubblici all’editoria e tutti erano contenti.

Poi un giorno tutto cambiò. Un giorno arrivò la Crisi. In realtà la crisi c’era sempre stata, ma prima era un altro genere di crisi. C’erano state la crisi energetica, la crisi dell’automotive, la crisi dei missili, la crisi dell’inflazione, la crisi della Serie A e la crisi delle quote latte.

Stavolta era diverso, stavolta era arrivata la vera Crisi. E tutto si ruppe. Scoppiò la bolla dell’immobiliare, poi scoppià la bolla del credito e poi scoppiò la bolla finanziaria, e sembrava di stare in una Jacuzzi ma un po’ meno rilassante. Poi la crisi divenne industriale e le aziende dovettero licenziare tre quarti del personale. Poi calarono i consumi e chiusero quasi tutte le botteghe. La disoccupazione si impennò, la gente smise di fare figli e la popolazione decrebbe. C’era così tanta crisi che i laureati occuparono tutti i posti ai semafori e i mendicanti dovettero andare a mendicare sull’autostrada e non si trovarono benissimo.

Il sistema del welfare saltò e la coesione sociale si ruppe. I giovani non trovavano più lavoro perché i vecchi non andavano più in pensione, e così rimanevano a casa fino a 42 anni a fare master in Scienze della comunicazione. I nonni rincoglionivano ma non c’erano i soldi per mandarli all’ospizio, così restavano a casa fino a 96 anni e collezionavano ictus e angioplastiche. I bimbi, crescendo in grandi famiglie allargate composte da quattro generazioni, riscoprivano la magia dei racconti attorno al fuoco, e forti della loro proverbiale fantasia e innata meraviglia crescevano creativi e ottimisti, dando al mondo una nuova speranza di un futuro migliore. Questo fino a sei anni, perché poi andavano a scuola, parlavano con i compagni e quando tornavano a casa si rifiutavano di mangiare finché non gli compravi l’iPhone7 e la Wii. Per accontentare i pargoli, le famiglie ridotte in miseria dovevano fare delle scelte. Così, di solito, per coprire le rate dello smartphone, si decideva di risparmiare sulle pastiglie del nonno, che a questo punto aveva così tanto colesterolo che ogni tanto ci giocava insieme a rubamazzo.

Poi arrivarono i negri. I negri in realtà c’erano sempre stati, solo che divennero il più grande problema della nazione dopo la pizza con l’ananas, o almeno questo era il messaggio che passava da Rete4. Attirati dal benessere che la nostra tv gli propinava con la pubblicità, si imbarcavano in Africa sui canotti gonfiabili e armati soltanto di belle speranze e sobri Rolex al polso (così diceva Paolo Del Debbio su Quinta Colonna), attraversavano il mare in tempesta sfidando la morte e sognando un lavoro, un’esistenza decorosa e un affitto pagato dai contribuenti (così diceva Alessandro Sallusti sul Giornale ). Scoppiò un’emergenza umanitaria senza precedenti, i migranti non trovavano lavoro e venivano parcheggiati a far niente nei centri di accoglienza gestiti dalla camorra, tranne pochi fortunati che venivano arruolati da Maurizio Belpietro per dire in Tv che nei compound il cibo faceva schifo e il Wifi non funzionava.

Ciascuno odiava il suo vicino, e i tempi lontani in cui regnava la concordia e la cortesia sembravano miraggi di un mondo mai esistito. La Crisi aveva travolto tutto, e sembrava che nulla potesse risollevare il Paese dal vortice di pessimismo in cui era rimasto avvinto.

Era arrivata la Crisi, e capimmo che non era come quelle altre, come le piccole crisi passeggere. Capimmo che questa crisi non sarebbe passata e che il mondo era cambiato, e che crisi era solo un modo elegante per dire che per cinquant’anni eravamo stati dei coglioni.

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