Il più grande numero comico del mondo

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Sicuramente, o Popolo, ben grande è il tuo potere,

poiché ciascun temere ti deve come un re!

Però, pel naso è facile menarti,

e troppo godi di chi ti liscia e abbindola.

E chi discorre, l’odi a bocca aperta.

Ed esule va il senno tuo da te!

(Aristofane)

Una notte nuvolosa nella Capitale, primi anni 2000.

Il Pelato, il Coatto e Cicala erano i tre comici più famosi del paese. Erano ricchi, erano ammirati, erano temuti.

Quella sera, dopo aver sfilato, applauditissimi, sulla passerella del Risolino d’oro, il grande concorso satirico nazionale, i tre avevano prenotato un tavolo al ristorante più esclusivo della città, il Rarefettorio, che occupava l’intero ultimo piano del grattacielo più alto dello skyline.

Nell’attesa di sedersi – avevano riservato per sè tutta la sala ed erano soli, perché erano spaventosamente ricchi e non volevano seccatori – Cicala osservava la Capitale dai vetri a specchio, in silenzio. Stava per piovere, e migliaia di finestrelle illuminate sembravano fissarlo lontane, dal basso, dalle facciate dei palazzi, come piccoli Aztechi adoranti. Dall’esterno, la sua minuscola sagoma si stagliava sui finestroni, riconoscibile soltanto dalla criniera lunghi capelli ricci. Da casse invisibili filtrava l’eco di musica lounge.

Il Pelato si era già accomodato. Il Coatto, che era un edonista, aveva ordinato uova di aragosta albina, una concentrato di raffinatezza da settecento euro a cucchiaino, e quando il cameriere arrivò col vassoio prese a mangiarne a ritmo di videoclip.

Il Pelato osservava il collega ingozzarsi. Era un grande osservatore, aveva un talento innato per le imitazioni e le caricature. La sua parodia del senatore Tratzi, orrido strozzino premiato dal premier Giubiloni con un posto in Senato, era così riuscita che Tratzi ne traeva ispirazione per i suoi discorsi in Parlamento. Da anni, il grande caricaturista aveva un programma tutto suo sulla prima rete nazionale che faceva il sedici per cento di share, e una finestra introduttiva del talk show più seguito del Paese, in cui si sfottevano i politici in studio, che dovevano ridere per forza perché se non ridevi non eri democratico.

«La verità, amici miei, è che la comicità è in agonia – disse – Tutto è stato detto, tutto è stato fatto. E noi da vent’anni portiamo in scena lo stesso sketch».

«È colpa di questo paese – intervenne il Coatto senza interrompere il trangugiamento di larve crostacee – Fare satira è sin troppo facile, con i governanti che ci ritroviamo. In Parlamento c’è tutto il campionario: corrotti, froci, cornuti, mignotte, puttanieri e cocainomani. Sono tutte macchiette, parodie viventi e votanti. E così noi comici ci omologhiamo, parliamo tutti della stessa cosa, e più o meno sempre nello stesso modo. Distinguerci è sempre più difficile. Siamo come negre sul raccordo anulare».

Il Coatto era un comico molto diverso dal Pelato. Era un fuoriclasse della provocazione. Era diventato famoso, anni prima, per aver defecato in diretta durante il Maurizio Costanzo Show. Una performance che gli era valsa le entusiastiche recensioni della critica. La cacca era stata messa all’asta e il ricavato era andato in beneficenza ai concorrenti dimenticati del Grande Fratello.

«Non puoi ignorarla, quest’avanguardia di malaffare, bisogna solo decidere da che parte prenderla – proseguì con la bocca piena il comico, mentre lapilli di carapace masticato planavano sulla tovaglia – Tu lo sai quante volte io ho provato a cambiare mestiere? Infinite. Ma il sistema è più forte di te. Ti risucchia come una valletta candidata in Parlamento, e ti costringe a far sempre le stesse cose. Anche quando ce l’hai moscio», concluse, e butto giù un calice di Dom Perignon come fosse cedrata.

«È vero, ma occorrerebbe qualcosa di nuovo. E invece noi continuiamo a replicare, replicare. Replicare sempre» obiettò il Pelato.

«Perché la gente continua a ridere. Le tre “esse” della risata. Satira, scivoloni e scoregge: questo vuole il pubblico. Senti». E tirò un peto mezzoforte. Il Pelato rise, moderatamente schifato. «Hai visto? Non importa quanto sia vecchio il numero: piace sempre», concluse il Coatto.

«Ma non possiamo rinunciare a sperimentare – replicò l’altro – Il nostro lavoro dovrebbe essere fatto di ricerca e di studio, eppure io mi rendo conto che ormai lavoriamo in catena di montaggio. Applichiamo formule e basta. Io sforno nuove imitazioni ogni settimana. Mi coprono di soldi, ma non mi sento più un comico. Piuttosto un ragioniere».

Il Coatto lo interruppe. «Non ti capisco. Se vuoi innovare, puoi farlo. Ma vedi, non importa quanto tu ti possa sforzare a scrivere una battuta o a fare una caricatura. Qualunque cosa succeda, la vecchia che scivola sulla buccia di banana farà sempre più ridere.

Ti stai arrovellando su un problema che non esiste. Bisogna semplicemente adattare i vecchi schemi ai tempi che cambiano».

Il Pelato non disse nulla e allora il Coatto riprese. «Fai come me. Io ho un progetto nuovo, innovativo, esce in autunno. Un reality show con protagonisti i parlamentari. Ne chiudiamo una decina in una casa e poi shakeriamo le ideologie. Al cattolico centrista mettiamo nel letto una mignotta, al proibizionista facciamo fumare crack, e quello di “Prima gli italiani” lo facciamo dormire in uno sgabuzzino con tre nigeriani e due cingalesi, senza permesso di soggiorno. Tutti ripresi h24 dalle telecamere. Il pubblico andrà in fibrillazione: come reagirà il Popolo della Famiglia al primo pompino alla democristiana? E il leader xenofobo riuscirà a sottomettere il coinquilino extracomunitario? O verrà sodomizzato sotto il piumone? Chi può prevederlo? Questa roba incollerà la gente alla tv. E poi via al televoto. E quando escono dalla casa, tutti a scrivere una proposta di legge! L’ho chiamato “L’emendamento”».

Cicala sospirò forte.

Il vecchio comico aveva ascoltato in silenzio fino a quel momento, lo sguardo perso sui tetti della Capitale, mentre i suoi pensieri turbinavano sotto la gran massa di riccioli grigi.

Nanni Cicala era considerato il più geniale di tutti i comici del paese. Era un monologhista. Il più sagace, il più cattivo, il più scomodo, il più temuto dal potere e il più amato dal pubblico. Aveva iniziato quarant’anni prima con il cabaret. Aveva avuto la fortuna di lavorare al crepuscolo della Prima Repubblica, quando erano emersi cinquant’anni di malaffare, scandali e corruzione. Lui li aveva raccontati, dal palco, prima e meglio di qualunque inchiesta giornalistica, con il suo stile istrionico, dissacrante, teatrale. Cicala spaziava dalla polemica serrata, scandita a un ritmo tambureggiante, al pezzo metafisico, teatrale, drammatico. Dosando sapientemente i tempi, costruiva l’atmosfera, inanellando battute e allusioni, smorfie e sfottò. Spiazzava la platea coi suoi scarti, ne plasmava gli umori, ne solleticava le ansie, ne assecondava gli istinti, ne costruiva la coscienza, e nel tempo di un monologo prendeva gli spettatori per mano e li portava dove voleva. Non aveva paura di niente, non risparmiava nessuno: governanti, magistrati, giornalisti, industriali, perfino il Presidente della Repubblica. Li strapazzava senza alcuna pietà.

Ogni suo spettacolo andava esaurito. A ogni sua comparsata in tv l’Auditel schizzava alle stelle, e uno spot durante i suoi numeri costava quanto un F-35. Uno dei suoi primi sketch sulla rete ammiraglia del servizio pubblico aveva fatto dimettere tre ministri. I suoi spettacoli facevano tremare i governi e si diceva che le sue battute avevano sui mercati lo stesso effetto di una guerra in Centroamerica.

La politica ne aveva una paura folle, tanto che negli anni ’80, dopo una freddura contro il partito di governo durante la diretta del concorso canoro Cantinsieme, era stato bandito dal servizio pubblico per sempre. Tutto questo non aveva fatto altro che aumentarne la fama, e Nanni Cicala era riuscito a restare sulla breccia. Non solo, la sua popolarità era addirittura aumentata, e la sua assenza dagli schermi lo aveva reso ancora più temuto dal potere, come un’eminenza grigia, una presenza minacciosa confinata ai limiti dell’orizzonte dell’etere, oscura e incombente.

Soprattutto, la gente lo amava. Perché in un paese eroso dalla cancrena del malaffare soltanto lui poteva dire, creduto, che il re era nudo.

Cicala fino a quel momento era rimasto assorto nei suoi pensieri, ma si voltò e andò a sedersi al tavolo. Si versò un bicchiere d’acqua frizzante. Poi parlò. «Imitazioni, caricature, reality show – disse – Questa roba di cui vaneggiate non vale niente. Voi, amici miei, avete perso la bussola. Siete morti e non lo sapete. Ma la comicità non è morta».

«Ma no, abbiamo fatto tutto – obiettò il Pelato – Abbiamo distrutto la Prima Repubblica. Abbiamo dileggiato la Seconda a colpi di satira. Abbiamo sgretolato tutto il potere di questo paese».

«Questo è vero – concordò il Coatto – Il potere non ha più alcun potere su di noi. Siamo diventati più influenti dei presidenti, dei direttori dei giornali, dei capitani d’industria. La comicità ha vinto, non può arrivare più in alto di così».

Cicala sospirò nuovamente. Non aveva ancora mangiato nulla. Sorseggiò dal bicchiere, l’acqua andò giù e le bollicine andarono su. «Non è vero,cazzo – esclamò – Ma vi ricordate quando abbiamo iniziato? Eravamo giovani ed entusiasti. Vi ricordate di quando al liceo abbiamo scoperto la satira, quella dei classici, di Aristofane, di Giovenale? La satira come attacco frontale alle ingiustizie, sacra e immune, sempre schierata contro la tirannia dei potenti, sempre dalla parte dei deboli? Non vi ricordate il gusto elettrico dello sfottò, la straordinaria forza del dileggio ai governanti? Non vi ricordate come ci sentivamo allora? Giovani, puri, convinti di compiere la nostra missione, liberi e incoscienti? Dite la verità: voi vi sentite ancora così? No, non più, sono anni che abbiamo smesso. Quella purezza, quell’entusiasmo, è tutto scemato. È vero. Siamo vecchi, siamo stanchi, siamo ripetitivi. Ma la satira non può essere morta. C’è ancora del lavoro da fare».

Il Coatto conosceva bene Cicala e certi suoi sproloqui, e senza dargli retta stava sbranando una nuova portata, la coscia di un’anatra arrosto laccata nello zafferano. Il Pelato invece osservava il vecchio comico, in silenzio.

«Io ho un altro numero da mandare in scena – disse Nanni Cicala – E sarà una cosa nuova. Un numero che nessuno ha mai realizzato prima, né qui, né in nessun altro paese. In nessun tempo e in nessun luogo».

«Cosa vuoi fare? – chiese il Pelato – Una commedia? Teatro? Un film? Un bel cinepanettone».

«Devo prendere il potere».

Calò il silenzio. Il Palato guardò il Coatto. Che mangiava. Poi disse. «Hai già il potere. L’ultima volta che hai telefonato in diretta a Rete Uno hai fatto licenziare il direttore».

Cicala scosse la testa. «Quello non è vero potere. Posso far dimettere un manager, posso sputtanare un sottosegretario, posso silurare un ministro, se voglio. Ma non è questo che cerco. Non voglio poter influenzare il potere. Io voglio il potere. Voglio diventare premier».

Il Coatto rise fragorosamente e parabole di selvaggina sbocconcellata volarono qua e là. Poi si riprese. «Vuoi candidarti alle elezioni?». Il Pelato sorrise anche lui, fissando Cicala che non parlava. «Ma sì, Nanni, non ha senso – lo rimbrottò bonariamente – È vero, abbiamo già avuto soubrette e attori nelle Istituzioni. Ma qui si tratta di governare un paese, e tu sei un saltimbanco. Non montarti la testa, fai il bravo comico: sii serio».

«Sono serissimo. Io devo diventare premier».

«Ah, sei serio? – si agitò il Coatto, sarcastico – Va bene, allora candidati. In fondo rendersi ridicoli è il nostro mestiere».

Cicala guardò negli occhi i due colleghi. «Non posso candidarmi, hai ragione tu – disse – Non posso, non oggi. La gente direbbe che sono un comico, un buffone. Non mi prenderebbero sul serio».

«E questo chiude questa assurda conversazione – disse il Coatto sporgendosi in avanti – Ora potresti passarmi il fois-gras?».

Cicala fece finta di non sentire. «E invece no. Ho un piano. In questo paese non serve candidarsi per diventare premier. Lo dice la Costituzione».

«E quindi?»

«E quindi è sufficiente essere riconosciuto leader del primo partito del paese».

«Ah beh, allora sei a cavallo» lo canzonò il Coatto.

Il Pelato cominciò a pensare che l’amico dicesse sul serio.

«Statemi a sentire – riprese il vecchio – non è uno scherzo, è una cosa seria. Ci ho messo degli anni a capirlo, ma ora mi è tutto chiaro. Ascoltatemi.

Vedete, sono quarant’anni che faccio questo mestiere. Ho sempre e solo voluto far ridere. Ma non sono mai stato un clown, non sono mai stato, come dire, rassicurante. Io ho sempre fatto satira perché volevo scuotere il pubblico dal suo torpore. Eravamo una nazione corrotta, sembrava ci stesse bene ma a me no, non stava bene. Dal palco, attaccavo il malcostume dei governanti, le tangenti, i ladri. Era il mio modo per schierarmi dalla parte della gente, dei poveracci che non contavano niente. Quelli mi applaudivano, e all’inizio gli applausi mi bastavano. Ma nuovi applausi venivano, nuovi teatri si riempivano, nuove risate scrosciavano eppure mai nulla cambiava. Era tutto lì: i politici ingrassavano, io sfottevo i politici e la gente rideva. «Bravo Nanni!» urlavano in platea. «Bravo un cazzo, bravo te che continui a votarli, coglione», rispondevo io. E loro ridevano ancora di più. Capite? Eravamo in un fotogramma della Storia, era tutto fermo. Ma io sentivo che la pellicola della Storia stava per riprendere a scorrere. Soprattutto, sentivo che mi mancava qualcosa. E lentamente ho cominciato a cambiare».

Gli altri due ora ascoltavano, un po’ più seri.

«Anche il paese cambiava. Quando io e voi abbiamo iniziato, i politici erano diversi dai cittadini, o almeno lo sembravano. Erano una classe distinta, erano una casta. Poi è arrivata la televisione privata, con le televendite dei materassi, i talk show, il Bagaglino. Abbiamo preso i politici e li abbiamo mandati al preserale, nei programmi di scherzi, nei quiz. Prima i politici erano solo ladri, poi sono diventati uguali a noi: il risultato è che a emergere sono stati gli eccentrici, gli affaristi, i sessuomani, i puttanieri, i barzellettieri, i buffoni. Ed è diventato fin troppo facile per noi comici: non c’erano più soltanto tangenti, c’era un gran menù con cui apparecchiare il banchetto della satira. Le battute uscivano naturali, in un flow continuo. La gente in platea mi guardava inebetita, ipnotizzata. E rideva, rideva sempre. “Bravo Nanni! Continua così!”, urlavano. Ma ero pur sempre un buffone. Facevo ridere. Facevo ridere e basta».

Aveva iniziato a piovere, minuscoli rivoli d’acqua attraversavano le vetrate, ai confini del buio della notte.

«Ho cominciato a chiedermi fin dove avrebbero riso, fin dove mi avrebbero seguito. Così ho fatto un esperimento. Forse per scherzo, forse ho provato a prenderli in giro. Non so perché, ma ho cambiato genere. Ho iniziato a condire i miei monologhi. Non più soltanto battute, non più soltanto satira. Farli ridere non bastava per scuoterli: dovevo far loro paura. Così ho scoperto le teorie del complotto. Ho cominciato a raccontare alla gente che eravamo tutti vittime di un’enorme truffa, che dietro a tutte le nostre piccole miserie c’era una regia oscura. Parlavo di massoneria, poteri occulti, signoraggio bancario. Di vaccini prodotti dalle case farmaceutiche per diffondere le malattie. Non so se quella roba fosse vera. Forse lo era, forse no, ma non mi importava, era solo un esperimento. Ed ebbe successo. Avevo scoperto che la gente rideva ancora. Ridevano, ridevano sempre di più, ma fra una risata e l’altra cominciavano a pensare, cominciavano a fidarsi di me. Ero stato uno dei pochi a dire la verità sulle tangenti, perché non potevo aver ragione anche ora? Sì, fu allora che compresi che cominciavano a percepirmi come una guida».

Il comico all’inizio, parlava con calma. Ma man mano che il suo discorso proseguiva, cresceva un senso di tensione. Si accumulava nelle pause del discorso, in cui il silenzio si scuoteva nella pallida eco del lounge che strisciava fuori dalle casse dell’impianto, nascoste chissà dove.

«È stato allora che ho cominciato a parlare del futuro. Fino a quel momento, avevo raccontato il presente. Mi serviva per mostrare la pochezza dei nostri governanti. Ma ora il contrasto si arricchiva: ora dipingevo il quadro delle vite future. Raccontavo le meraviglie che tutti noi avremmo potuto avere, se soltanto lo avessimo voluto, se solo i nostri governanti avessero voluto.

Ve lo ricordate il mio spettacolo, “Tassista, segua quell’auto, è la mia!”, sulle macchine senza guidatore? O anche “Buttati, c’è la Rete”. Parlavo di Internet, quando Internet ancora nessuno sapeva cosa fosse. Raccontavo alla gente che entro dieci anni saremmo andati a mignotte sulle auto volanti, che avremmo scaldato la casa con il gas delle nostre scoregge.

E mentre parlavo, li guardavo: mi fissavano estasiati e mi…credevano. Era straordinario. Io stesso non sapevo se credermi. Ma loro mi credevano. Capite? Stavo dando vita a una proposta. Così ho capito una cosa: io volevo solo fare il comico, ma loro non volevano soltanto ridere. Volevano una guida. Mi avrebbero seguito ovunque, lo sentivo. Avete capito? La parte difficile non sta nel convincere la gente! Sta nel farla ridere. Io avevo cominciato da ragazzino, ma ci avevo messo vent’anni a capire che quelle non erano risate: erano una disperata richiesta di aiuto. E quegli spettatori erano bambini sperduti. C’era un popolo che non chiedeva altro che una guida».

Il Pelato lo interruppe. «E volevi essere tu».

«All’inizio, no. Ora ho capito che lo devo fare, costi quel che costi».

Per qualche minuto nessuno parlò. Ora fuori pioveva forte. Il cameriere, al margine della sala, sbadigliava. Non sentiva.

Il Coatto parlò. «E quindi vuoi fondare un partito, anzi, il primo partito del paese – disse, ma non era più canzonatorio come prima – E, giusto per capire, come pensi di costruirlo da zero?».

 

«Come hanno fatto tutti gli altri. Nella Prima Repubblica governava chi teneva i giornali. Nella Seconda chi teneva la tv. Nella Terza governerà chi tiene la Rete. Devo solo occupare Internet. La Rete non l’ha ancora capita nessuno: sono convinti ancora che per vincere le elezioni conti qualcosa nominare il direttore del Tg1. Adesso forse è così, fra cinque anni sarà tutto diverso. Le televisioni non contano più un cazzo. Io non ci vado più da vent’anni, e sono più influente di voi due messi insieme».

Pelato scosse la testa. «Ma ti senti? Controllare Internet è impossibile. È troppo vasto, troppo libero. Nessuno può censurarlo. Non predichi questo, nei tuoi spettacoli?».

«Internet è un grande vaso pieno di roba. Per controllarlo la censura non serve, basta occupare tutti gli spazi liberi, finché tutto il resto non sembra piccolo e insignificante».

«Occuparli con cosa?»

«Che importa? Con i miei messaggi. Con ciò che voglio che la gente sappia, o creda di sapere. Cose vere, come la corruzione, lo sfruttamento, il malaffare, i giochi di potere a danno dei cittadini. E anche altre cose: scie chimiche. Complotti. Metalli pesanti nei biscotti. Rivelazione di oscure trame massonico-finanziarie per sovvertire la democrazia. Cose così. Non importa che siano vere o false. Lo diceva già Goebbels: ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte, e sarà la verità».

«La verità è oggettiva».

«No. Siamo entrati in un’era nuova, ormai ciò che è vero ha lo stesso valore di ciò che la gente pensa sia vero. Con una differenza. La verità è casuale, e la casualità non fa comodo a nessuno. La verità va selezionata».

«Invece con le balle puoi costruire qualcosa – intervenne il Pelato – Soprattutto un partito. E vuoi far questo da solo?»

«Non sono solo. La gente sarà con me. Faranno tutto loro! Loro mi credono, capite? Loro si prenderanno la Rete, loro diventeranno la rete e se la prenderanno proprio come io mi prendo il pubblico dei miei spettacoli. Diremo alla gente ciò che vuole la gente vorrà sentirsi dire. Gli diremo che i politici sono disonesti e loro sono onesti. Gli diremo che i politici hanno stipendi e pensioni e vitalizi e privilegi e auto blu mentre i disgraziati non hanno neanche un lavoro. Gli diremo che la grande finanza ha un piano per controllare le loro vite e si arricchisce sulle miserie della gente. A un certo punto non diremo più nulla, saranno loro, da soli, ad alimentare il fuoco sotto la pentola. Saremo come un virus che si diffonde, che contagia tutti, come una risata».

Il Pelato scosse il capo. «Non basterà. Avrai solo messo insieme un gruppo di esagitati, non avrai costruito nulla».

Nanni Cicala annuì. «Infatti non basterà, occorrerà coinvolgerli. Dirò loro che è il momento, per ciascuno, di fare la propria parte. Dirò che io sono stanco di guidare sempre io, di fare io tutto il lavoro per conto loro. Dirò che è il momento che prendano in mano le loro vite, tutti insieme, e costruiscano il loro paese. Dirò che c’è bisogno del sostegno di tutti, delle idee di tutti. Dirò che occorre partecipare al processo democratico di questo paese. Dirò loro che la Rete è il più grande strumento di democrazia mai concepito, perché online uno vale uno, siamo tutti uguali. Costruirò una grande piattaforma online, dove tutti potranno confrontarsi, avanzare proposte, discutere, inglobarsi nel processo decisionale. Sarà un grande progetto. Il più grande progetto politico mai tentato».

Il Coatto interruppe. «Ma non funzionerà mai. Tutti saranno liberi di parlare, di obiettare, di contrastarti, di accusarti di qualunque cosa. Ti si rivolteranno contro».

«No, perché io controllerò la piattaforma. Lo capite? Non è vero che uno vale uno. Se controlli la piattaforma, controlli tutto. Puoi cancellare idee, puoi pomparne altre. Puoi cancellare le persone, relegarle in un angolino, dove non possono nuocere. Con la Rete puoi trasferire a tutta la società quel sentimento di empatia che provavano gli spettatori dei miei vecchi show. Basta avere carisma, e io ce l’ho, e strategia. Non serve altro per controllare la piattaforma».

«E poi?» chiese il Pelato, accendendo una sigaretta.

«Non passerà molto tempo che mi chiederanno di candidarmi. Ma io rifiuterò. Dirò che non mi interessa essere un leader. In quel momento saranno loro stessi a fondare un partito. Ma sapranno benissimo che senza di me non potranno fare nulla. Cominceranno a litigare e ci sarà bisogno di un arbitro. Di un garante. Avranno bisogno di me, mi chiederanno di aiutarli. E io li aiuterò. Così a controllarli sarò io».

Il vecchio comico era agitato adesso, i suoi occhi spiritati correvano di qua e di là, inquieti, nervosi, quasi folli. «E in men che non si dica mi ritroverò in mano un bazooka, pronto a premere il grilletto e far saltare la Seconda Repubblica – concluse – E quando capiterà, quando davvero il mio partito metterà le mani sulla sua porzione di potere, i miei seguaci più brillanti, quelli più capaci e abili e lungimiranti, quelli che avranno saputo costruirsi uno spazio e una visibilità, si scateneranno come cani attorno all’osso. Ciascuno di loro vorrà diventare leader, ciascuno di loro reclamerà, pretenderà, litigherà».

«Proprio come i vecchi politici».

«Esattamente! A quel punto, nella gente subentrerà la paura, la paura che i nuovi siano identici ai vecchi, che i “nostri” siano uguali ai “loro”, a quelli che così faticosamente avremo cacciato. Citeranno la Fattoria degli Animali, la fine del libro, sapete, quando i maiali diventano uguali al fattore… E capiranno che solo una persona sarà in grado di salvarli. Io, il garante del Movimento, quello che aveva dato inizio a tutto. Forse il Movimento stesso sarà rottamato, chi lo sa? Io non dovrò far niente. Mi consegneranno il paese di loro volontà. E avrò il potere».

Il Pelato era agitato. Fumava, cupo. «E così è questo che vuoi. Il potere».

Segui un lungo minuto di silenzio. Poi parlò il Coatto: «Che brutta fine che hai fatto, Nanni Cicala. Superbo, assetato di potere, schiavo dell’ambizione. Sei diventato come i politici che prendevi in giro. La tua anima si è corrotta».

Il vecchio comico si scosse, lo sguardo come di un uomo che si risveglia dal trance. «No, amico mio. Ti sbagli – disse – Io sono…diverso».

 

«Diverso?»

«Il potere non mi interessa, per me il potere non è nulla. Io sono un comico».

«Ma che diavolo significa?»

«Significa che la mia vita non ha altro senso che far ridere la gente. Io non voglio altro, non so fare altro. Solo che non riesco più a far ridere con il vecchio metodo, con le vecchie battute. Non riesco più a far ridere me stesso».

«Non sono sicuro di capire. Cosa c’entra questo con questo progetto folle, il partito, Internet, la piattaforma?»

«C’entra. Noi comici dobbiamo onorare la nostra missione: dileggiare sempre il potere. Noi comici abbiamo attaccato i potenti per duemila anni, e i potenti erano sempre gli aristocratici, i ricchi, le élite, i privilegiati. Oggi non è più così. Oggi tutti possono parlare. Oggi il potere è in mano alle masse. Oggi il potere siamo tutti noi. Oggi si compie il sogno di Pericle, oggi si compie la vera democrazia . Solo per questo devo prendere il potere. Per chiudere il mio ultimo sketch».

«E hai bisogno di conquistare un paese per farlo? Sei impazzito, è delirio di onnipotenza!»

«Ma no, sarà soltanto il mio ultimo numero».

Il Pelato e il Coatto si guardarono. «Sarà solo un numero? Cosa vuol dire?»

«Ma come, che vuol dire? Non capite? È questo, il mio ultimo numero! Al diavolo gli ideali, le scie chimiche, le battaglie contro la casta, la democrazia diretta. Quelli sono il mezzo, non il fine. Il fine è la risata. Non avete ancora capito? Abbiamo avuto un paese devastato dalla corruzione, dal malaffare, dallo squallore, dall’incompetenza, dall’immoralità. Un paese così disperato da affidare le sue residue speranze a me…ad uno che in tutta la sua carriera si è sempre e soltanto dichiarato un buffone. Tutto ciò non vi sembra estremamente… comico?».

Il Coatto guardò Nanni Cicala. «Non ce la farai mai».

«…scommettiamo?»

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