Il concerto dei Baustelle

Posted by

Colpito da un senso di tragedia incombente sono andato a sentire un concerto dei Baustelle. L’ho fatto poco dopo aver scollinato i 30 anni, in un periodo un po’ così della vita. Il periodo che, sono certo, tutti prima o poi attraverserete. Il periodo in cui vengono a mancarti i punti di riferimento, ma la cosa non ti crea l’ansia che dovrebbe perché, in una certa zona del cucuzzolo, vengono a mancarti anche i capelli. Ed è quello è il tuo vero problema, non vedo chi possa contestarlo.

Questo per spiegare lo spirito con cui sono andato a sentire i Baustelle, e lo sappiamo tutti che lo spirito è fondamentale, perché è lo spirito e non il caso a plasmare Storia e i Destini. Per dirvi che il concerto dei Baustelle non è andato bene come avrebbe potuto.

L’hot dog di grangia

Tanto per cominciare non avevo mangiato. Poco male, mi sono detto, ci sarà il paninaro. Il paninaro in effetti c’è, ma sopra c’è scritto “presidio Slow food”, che si scrive “Presidio slow food” ma si legge “Così impari a non portarti i panini da casa”.

Ci sono solo due proposte: “L’hamburger di fassone selezionato” e “L’hot dog della grangia”. L’hamburger di fassone selezionato è un hamburger normalissimo, solo che costa sedici euro. “L’hot dog della grangia” è un panino bislungo con una salsiccia verdina che sembra andata a male. Se chiedete al commesso perché è verdina lui vi dice che no, non è andata a male, è solo biologica. L’hot dog di grangia costa 9 euro ma con un euro in più vi danno la salsa e un buono per una lavanda gastrica omaggio. Il Presidio slow food è l’unico chiosco di cibo presente nel raggio di sei chilometri, quindi dovete per forza mangiare lì. Per la verità c’è anche un carrellino che vende granite artigianali, ma piove e ci sono 12 gradi.

La pioggia

E qui arrivo al secondo problema: appunto, piove. Lo so cosa state pensando, il concerto rock quando piove è un’esperienza speciale e mistica, perché l’acqua è vita, e la pioggia è amica. La pioggia bagna la pelle di quella vibrante umanità assiepata sotto il palco, la pioggia smussa gli attriti e impasta le anime, le impasta come il burro impasta la farina della torta Red Velvet. Perché la pioggia è rock: ci purifica, ci riporta al nostro stato primordiale, e sotto il palco non ci sono più qualche migliaio di individui estranei ed ostili l’uno all’altro, ma una sola, grande famiglia, dove ritrovare fratelli e sorelle da cui la vita ci aveva separati.

Ecco, se dite così è perché non siete mai stati a un concerto dei Baustelle. Non è Springsteen. Non è Hendrix. Sono i Baustelle. I fan dei Baustelle sono gente brutta, individui con cui nessuno di voi, credetemi, vorrebbe avere a che fare.

I fan dei Baustelle

Il fan dei Baustelle

E qui arrivo al terzo problema: appunto, i fan dei Baustelle. Il fan dei Baustelle ha fra i 28 e i 43 anni, ha gli occhiali di corno, la camicia larga a righine tipo pigiama, i vecchi jeans Levi’s di suo padre col risvoltino sulle scarpe di cervo, è di Milano e puzza. Vi assicuro che nessuno di voi vorrebbe impastarsi con uno così, neanche per sbaglio.

Per contro, c’è anche “la” fan dei Baustelle. La fan dei Baustelle ha fra i 23 e i 27 anni, le mancano sei esami a sociologia, è andata in vacanza in Bosnia, non vuole una relazione fissa perché ha il cuore freddo, l’altroieri si è cancellata da Instagram e ieri l’ha scritto su Facebook. Di solito viene al concerto con un’amica, con il proposito di tentare il suo primo approccio lesbo sul ritornello di “Un romantico a Milano”, solo che poi non osa. Dimenticavo: è un cesso, perché al concerto dei Baustelle non c’è figa, inutile che cerchiate. Parlo perché so.

I fan dei Baustelle, fra loro, non si parlano. Interagiscono solo con chi già conoscono, perché loro vanno ai concerti perché ai concerti si ascolta musica, e non per conoscere gente nuova. Altrimenti andavano a sentire i Thegiornalisti.

Il concerto

Poi comincia il concerto. Parte la musica e i ragazzi, bisogna dirlo, sono bravi. Suonano bene, sono intonati, vanno a tempo. È proprio come sentirli su disco solo che vi piove in testa. Il vostro vicino, il tipo in camicia a righine, guarda il palco con faccia da sommelier e fuma per tutto il concerto. Se siete fortunati, Tabacco Pueblo. Se vi va male, la sigaretta elettronica.

Mentre i Baustelle suonano, la gente li ascolta con gli occhi semichiusi e pensa allo Zeitgeist e all’enogastronomia. Ai concerti dei Baustelle non si balla, mai. Non si salta. Si limitano al minimo i contatti fisici, e se per sbaglio camminando sfiorate la spalla di una ragazza, lei vi guarda come se foste un errore di stampa sul Canzoniere di Umberto Saba. Ai concerti dei Baustelle si beve pochissimo, perché la birra costa 6 euro. E pazienza, dite voi, è slow food pure quella, artigianale, a chilometri zero, arriva da un birrificio di Siena che la aromatizza col miele agli agrumi, e ne vale la pena. E invece no, è Heineken, fa schifo.

Dovete star fermi, avete sete, piove, siete bagnati, Francesco Bianconi canta “morire la domenica, chiesa cattolica, estetica anestetica, provincia cronica” . Ecco: questo è, in sintesi, un concerto dei Baustelle. Senza ausilio di droghe.

Inutile che vi dica che ai concerti dei Baustelle non si rimorchia, ma forse è meglio così perché, come vi ho già detto, non c’è figa. Comunque, se volete, potete cantare. Però senza emettere suoni, perché il suono è dozzinale, rovina l’interpretazione e a Francesco Bianconi dà fastidio. Se provate a cantare sul serio, intendo proprio con la voce, i fan vi guardano male, ostentano disprezzo misto a compassione, e se non smettete si spostano e vi si crea un buco intorno come se aveste l’herpes genitale.

I Baustelle se ne fottono di quello che succede sotto il palco. Loro suonano, se vi piace bene, se no vi attaccate al cazzo, in giro è pieno di concerti dei Modà, andate pure là. Francesco Bianconi è vestito come Jack Skeleton di “Nightmare before Christmas”. Nelle parti strumentali, quando non canta, si volta verso il retro del palco e dà le spalle al pubblico, immobile come un attaccapanni, perché l’ha visto fare a Peter Gabriel e gli è piaciuto.

Il disprezzo ostentato dei Baustelle non è una posa da snob. È che vi disprezzano veramente, e fanno bene. Perché conoscono che razza di gente li va a sentire e, da grandi artisti quali sono, se ne sono fatti una ragione. Del resto, la loro cifra umana e intellettuale consiste proprio nell’incassare sconfitte e royalties con medesimo spirito.

Le canzoni sono bellissime, piene di citazioni di Camus e Proust che nessuno capisce ed è meglio così. Perché il primo che le capisce poi le vuole spiegare al vicino, urlando Ah la Recherche, che capolavoro!” nel bel mezzo del crescendo finale di “La canzone del parco”, guastando tutto, crudelmente. L’obiettivo è far colpo sulla ragazza accanto ma, come detto, è tutto inutile perché lei fantastica sulle sue sperimentazioni lesbo e comunque, anche se fosse, il tipo puzza, l’ho già detto prima.

Quasi come Baudelaire

E adesso voi potete scegliere: potete andare a sentire i Baustelle pensando che sia uno dei tanti concerti rock a cui assisterete nella vita, oppure potete andarci nel modo giusto, che è uno solo. E cioè acquisendo la consapevolezza di essere anime elette dal Dio dei Cafè letterari, gigli nati nel mezzo del deserto, angeli stanchi della modernità, e di essere gli unici, fra tutte le migliaia di persone lì presenti, a stringere davvero un legame spirituale con Francesco Bianconi mentre canta “si vende amore tossico, ‘ndrangheta camorra più Gomorra e meno Sodoma”. Voi, Francesco Bianconi e, al limite, Charles Baudelaire.

Perché questo è in fondo un concerto dei Baustelle: un raduno di umanità piccolina, ma con grandissime aspirazioni.

E allora, almeno per stasera, lasciatecelo credere, di essere Baudelaire. Che per tornare ad essere gli scemi con la camicia a righine ci sarà tanto tempo, domani.

Ti è piaciuto? Condividilo!